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interviste

Jonathan Ostos Yaber
di Francesca Villani


Questo tuo film, la nostalgia del sig. Alambre ha dei numeri incredibili: quanto è durata la lavorazione, e quante le professionalità impegnate?
Il film ha richiesto un anno e otto mesi di produzione, dalle bozze della sceneggiatura al mix sonoro finale 5.1, ha coinvolto più di 60 artisti, dagli illustratori di storyboard, ai creatori di marionette, modellatori CG, animatori, progettisti del suono e musicisti.


Come potresti riassumere il contenuto del tuo film, l’amore, l’arte che supera la vita, l’amore per l’arte?
E’ un film sulla vita in generale, volevo mostrare che la vita in fondo è fatta di scelte individuali, si sceglie il proprio percorso e come si evolverà, e insieme a questo emergono tutte le altre tematiche. In particolare, in questo film volevo descrivere tutti i tipi di amore, dall’amore per l’altro, all’amore per il lavoro, l’amore per l’arte, l’amore per la fama, ma anche ciò che accade quando si compiono scelte diverse. Esitando, anche per un secondo, tutto può cambiare, e ciò non è buono o cattivo in sé, dipende dalla decisione che prendiamo. E che alla fine dobbiamo sostenere.


Nel finale ci viene svelato Il racconto nel racconto, molto malinconico e triste. Qual è il messaggio del tuo film?
Credo: “Và dove ti porta il cuore”. Per me il lieto fine è quando ci ripensiamo molto anche dopo che il film è finito, quando ci commuove in qualche modo. Io ho portato a termine la mia opera e per me questo è un lieto fine, non importa se può apparire triste o malinconico.


Come è nato il personaggio protagonista del signor Alambre, Mr. Wire?
E’ un misto di due cose, in primo luogo un disegno fatto da me molto tempo fa, di un ragazzo con una grossa testa e un cappello minuscolo; sapevo che con lui avrei raccontato una storia: al principio mi sembrava un tipo solitario, ma con dentro una storia formidabile. E poi, qualche anno dopo, ho incontrato in un jazz bar di Bristol un senzatetto con una valigia piena di fili di ferro: non capivo a cosa gli servissero, ma ero molto intrigato. Così un giorno ho deciso di vedere cosa faceva. Con mia grande sorpresa, scoprii che creava marionette di filo di ferro e le regalava in cambio di un sorriso e un bicchiere di birra. Creava ogni genere di cose, dalle tartarughe alle bambole agli uccelli; a me diede una bicicletta. Con questo incontro la mia mente si mise in moto e collegai immediatamente il mio disegno a questo ragazzo pieno di talento e alle vicissitudini della sua vita.


Quale pensi sia il ruolo del cinema d’animazione, sperimentazione, tecnologia o intrattenimento?
Per me ha tutti I ruoli che ciascuno vuole dargli, dal film più complesso all’installazione più bizzarra, e ognuno è importante; senza sperimentazione non potremmo ottenere la perfezione visiva e narrativa e viceversa; il punto è ottenere il massimo che l’ immaginazione ti consente, senza limitarsi a quanto stabilito dagli standard.


Come ti definiresti come artista?
Uno con tante cose da realizzare, molti progetti, film e personaggi in mente e con troppe cose da imparare. Cerco continuamente cosa fare dopo, voglio fare più cose possibile, dai film d’animazione a quelli d’azione, video musicali, spettacoli dal vivo e sono contento di vivere in un’epoca così fortunata per l’arte e la tecnologia. Ci possiamo sentire liberi se siamo bravi a imparare tutto ciò che bussa alla nostra porta.


Come hai deciso di fare cinema? E come si concilia con le tue altre attività?
La mia vita è fatta di cinema, musica e animazione, e si combinano perfettamente. Sono un grande appassionato d’arte, un vero patito, mi piace andare al cinema e ai concerti, e questa combinazione di passioni e del poco talento che ho mi hanno fatto capire che dovevo dedicarmi a ciò che fanno i registi e i musicisti che io ammiro. Il mio primo approccio all’animazione è stato all’età di 13 anni, cercavo dei corsi per illustratori di fumetti e alla fine mi sono ritrovato a frequentare per 2 anni ogni sabato e domenica lezioni di animazione classica. Quando diedi vita al mio prima personaggio, pensai: questa è la mia vita!


Cosa conosci dell’Italia? E del cinema d’animazione italiano?
Conosco molti registi italiani ed i loro splendidi film, sono soprattutto amante del genere giallo, come Suspiria, Cosa è successo a Solange, Tenebre, e per me Dario Argento è uno dei maestri dell’orrore. Mi piace molto anche il binomio Sergio Leone – Ennio Morricone negli Spaghetti Western, hanno cambiato tantissimo il modo di fare cinema.


Simona Gesmundo, cui il nostro festival è dedicato era una giovanissima e talentuosa studiosa di intelligenza artificiale. Cosa ne pensi dell’intelligenza artificiale applicata al cinema e quale pensi sia il futuro dell’animazione digitale?
Penso sia un modo nuovo di fare le cose, e cambia i giochi per tanti animatori, ma lo ritengo uno strumento più che un genere o “il miglior modo di fare animazione”, come credono in molti; è solo un’opportunità in più per avvicinare le persone all’animazione, perché quanto più popolare diventa meglio è, aiuta noi artisti a ottenere ciò che vogliamo, non importa se riguarda il racconto o la sperimentazione.


Stai lavorando ad un nuovo progetto attualmente?
Sì sto lavorando a due film, uno è un film animato dello stesso tipo de “La nostalgia del Sig. Alhambre”, tecnica mista, che richiederà tre anni di impegno. L’altro è un corto d’azione, che racconterà l’interminabile storia di una diceria.





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